venerdì, novembre 17, 2006

IV Convegno Nazionale Il Circolo giovani

24 - 25 e 26 novembre 2006 IV CONVEGNO NAZIONALE IL CIRCOLO GIOVANI.



Quest'anno il Convegno Nazionale Il Circolo Giovani
approderà a Montecatini Terme, la più bella città
termale di tutta la Toscana.

Il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, in
qualità di presidente nazionale de "Il Circolo" ha visitato
la città in questi giorni, trovandola perfetta per accogliere i
giovani del gruppo, che arriveranno numerosi da tutta Italia.



Grazie alla partnership tra "Il Circolo di Montecatini
Terme" e il consorzio Montecatini Terme E' Bellissima
la città mette a disposizione tutte le
strutture alberghiere, il palazzetto dello sport, e tutta la
professionalità e la cortesia necessarie ad accogliere circa 3mila
persone nel più grande evento cultural-politico dell'anno.


"Una grande soddisfazione essere riusciti a portare questo
appuntamento a Montecatini Terme," sostiene Giovanni Bucciero,
presidente del Circolo di Montecatini Terme, "Un modo per mettere la
città sotto i riflettori del mondo della politica e della cultura.
Dopo tanto lavoro un obiettivo raggiunto dal nostro circolo."

sabato, luglio 08, 2006

L'eterna promessa

Si può riassumere con questa formula il rapporto tra internet & politica. Rimaniamo nel campo della promessa, mai di compimento circostanziato. Eppure siamo pieni di esperti, libri, anche esempi. Sempre gli stessi a dire il vero: Howard Dean che raccoglie 40 milioni di dollari tramite il fund raising sulla rete. Peccato che alle primarie del partito democratico abbia preso una memorabile batosta da John Kerry. Che magari internet non lo sa neppure aprire, però dietro di sé aveva, come base di partenza, un patrimonio di 600 milioni di dollari frutto del matrimonio con Teresa Heinz (avete presente il ketchup? Lei…)
Mettiamo da parte sedicenti esempi e libri che ci magnificano le potenzialità della rete. Guardiamo invece ad un iniziativa che a prima vista sembra piuttosto concreta. La fonte ne è una garanzia: Wikipedia. È uscita in questi giorni la notizia che Jimmy Wales, fondatore della prima enciclopedia libera sul web, ha creato il primo portale dedicato alle campagne elettorali, aperto al contributo di tutti. Come per una normale voce enciclopedica,
http://campaigns.wikia.com/ si configura come uno spazio aperto al contributo di tutti coloro che seguono la politica. Soprattutto, coloro che vogliono uscire da una logica “broadcast”: la politica è ciò che i grandi media ci dicono essere.
Wales ha l’obiettivo opposto: un media “partecipativo” come internet, aperto a creare una politica partecipativa.
Aspetto più interessante è che nemmeno lui sa come fare. Parafrasando lo stesso Wales, lui mette a disposizione lo spazio, poi sarà la gente a riempirlo nel modo migliore. Ha funzionato con le voci enciclopediche, perché non dovrebbe farlo con la politica?
A pensarci bene l’idea è geniale. Creare un universo della politica a disposizione di tutti, dove poter aggiungere & prendere informazioni per aumentare il grado di consapevolezza dinanzi alle scelte politiche. Integrare le informazioni “broadcast” con quelle del territorio, di chi vive nel contesto più vicino possibile al potere che si va eleggendo. Creare un database, il più possibile oggettivo, per tutte le diverse forze in campo, che possa funzionare da bussola decisionale. Permettere maggiore democrazia garantendo l’accesso a tutte quelle forze che non hanno la possibilità di accedere ai media di massa. Infine, costruire una utile base di comparazione tra esperienze politiche diverse, provenienti da tutto il mondo.
Sembrano obiettivi realizzabili, non da libro dei sogni. Non si parla di far entrare nella tua casa il leader politico per farti spiegare di persona cosa vuole fare. Spazio – Contenuti – Scelta consapevole – Maggiore democrazia.
Lato negativo: la natura del materiale che entrerà in questo mare magnum. Il rischio di distorsione della scelta è enorme. Se io apro Wikipedia, e lo faccio fidandomi della sua apertura indiscriminata come elemento di imparzialità, e poi trovo soltanto voci e contenuti squilibrati, l’effetto sarà devastante. Significa tradire la fiducia di chi crede nella democraticità dello strumento. E soprattutto manipolare la scelta di chi non si fida più degli altri media, cerca imparzialità, e si ritrova la stesa partigianeria da cui andava fuggendo.
Ripeto, il rischio è alto. Per farsi un idea basta andare sul sito italiano di wikipedia, e provare a cercare i nomi dei politici di casa nostra. Soprattutto quelli di una certa parte politica (purtroppo sempre quella più sfortunata con i giornalisti….). Lo scenario è a volte imbarazzante: voci catalogate come “non imparziali”, o biografie che sembrano somigliare più che altro a vagonate di letame…
Spesso la contrapposizione politica spinge anche questo. Forse sarebbe meglio chiamarlo odio.
Fa schifo in Italia, figurarsi a livello mondiale…

sabato, luglio 01, 2006

Quello che poteva essere

Avere l’onestà intellettuale di dare ragione all’avversario può essere esercizio difficile. Credo però questa volta sia davvero necessario.
Cinque anni di governo nati sotto la bandiera del liberalismo. L’unica cultura politica che davvero si possa definire “vincente” della storia. Tutti sono liberalisti, a parole. Centrodestra e centrosinistra, consapevoli della forza del nome, del concetto. Concetto ormai “stiracchiato”, esempio massimo di concept stretching, per dirlo come il prof. Sartori. Al punto che fa comodo autodefinirsi liberali, come se ormai la parola non avesse più il suo giusto peso. La sua lunga tradizione, la sua storia.
Eppure dirsi liberali a parole funziona. Dà un aura di presentabilità maggiore alle proprie proposte.
“Io sono liberale!”. Come suona moderno. Peccato che nel momento in cui si abbia la possibilità di esserlo davvero, di concretizzare questo proprio essere esercitando la propria potestà, si inneschi inevitabilmente un circuito di aspettative deluse. La delusione, il distacco, la perdita di interesse, concetti ormai noti a chi ha guardato con interesse (e passione) ai cinque anni passati. Perché questi sono i sentimenti quando si comprende di non essere in grado fino in fondo di vedere realizzati i propri “ideali”. “ideali” tra virgolette, nel nome di quel liberalismo che è quanto di più lontano dal furore ideologico.
La delusione si diceva, quel senso di “tanto non cambia mai niente”. È un peccato davvero. Si poteva fare e non si è fatto. È ancora peggio quando a fare sono gli altri…
Senza dibattito, senza chiacchiere, senza inutili balletti di lobby, ieri il ministro Bersani ha emanato un decreto legge. E non è passato inosservato. Non si può fare finta di nulla di fronte al fatto che il primo passo verso la “rivoluzione liberale” (parole, purtroppo, di Romano Prodi) venga da un ministro DS. E non durante un convegno, o un articolo, una mera dichiarazione d’intenti.
No, immediata applicazione tramite decreto legge, con tanti saluti alla concertazione con le categorie professionali. O lobby, per meglio dire. Soprattutto quelle più avvelenate, come tassisti e farmacisti.
L’undici luglio avremo uno sciopero nazionale dei tassisti. Nulla da eccepire. Giusto che facciano sentire la propria voce, che spieghino il valore delle licenze e tutto il resto. Giusto anche che protestino per non essere stati ascoltati. Ma nonostante questo, e un po’ mi duole dirlo, nulla mi toglie la convinzione che la mossa di Bersani non sia stata sbagliata.
Lo strumento del decreto permette di dare una scossa, fare un primo passo, mettere in moto la macchina senza dover rinviare la partenza a “quando ci saranno le condizioni”. Spesso queste non arrivano mai…
Meglio iniziare, poi discutere. Resta un dubbio però. Le misure del decreto legge sono interessanti, ma non rivoluzionarie. Mettono mano per la prima volta su ciò che non si era mai osato toccare: i diritti, o per meglio dire i privilegi, acquisiti dalle “lobby d’Italia”.
Se sarà il primo passo verso la rivoluzione liberale è impossibile da stabilire.
Però, guardando indietro, almeno di cinque anni, qualche rimpianto non può non venire.

martedì, giugno 27, 2006

La saggezza popolare

A guardare gli avvenimenti più noti degli ultimi mesi sembra esserci una costante: i luoghi comuni vengono puntualmente confermati. È il trionfo della “saggezza popolare”, corroborata da intercettazioni e numeri elettorali. Alcuni esempi per chiarire il concetto:
“Ma da dove esce fuori questo Ricucci? Chissà dove avrà preso tutti quei soldi…”
“La Juve ruba gli scudetti, tutto grazie a Moggi che compra gli arbitri e pilota il calciomercato”
“Per diventare famosa devi darla al potente di turno”
Poi sono arrivate le intercettazioni. E da luoghi comuni sono diventate occasione di commento, nonché metro di giudizio, di parte della nostra classe dirigente. Politica-economica-sportiva.
E per ognuno di questi luoghi comuni i giornali sono stati così bravi da inventare anche la formula magica: Bancopoli & Calciopoli. Manca il terzo. Ma la nostra incrollabile fiducia ci fa stare tranquilli sul futuro conio.
C’è un altro luogo comune che riguarda soprattutto i tecnici della politica. O perlomeno coloro che modestamente vi si avvicinano sentendosi un po’ Commissari Tecnici.
“Il popolo della sinistra va sempre a votare”. Anzi, ad essere sinceri sarebbe: “i Comunisti non se ne perdono una!”. Sembra proprio così.
È finita con il Referendum la lunga fase di transizione delle istituzioni che ha coinvolto il paese nel 2006. Politiche – Elezione del Presidente della Repubblica – Amministrative – Referendum.
Campagna elettorale continua. Conteggi & riconteggi. Abbozzi di dialogo, e più concreti scontri frontali. È stata dura, un percorso faticoso e accidentato, ma ora è finita.
Il risultato del referendum, favorevole al NO, ci lascia una altra palese dimostrazione di luogo comune ormai esplicitato. Senza la pretesa di risposte scientifiche. Emerge però un dato interessante. Più è alta l’affluenza alle urne, più il distacco tra le coalizioni si riduce. Punto massimo il pareggio ottenuto il 9 aprile quando l’affluenza, tra votanti in Italia e all’estero, arrivò al 83,6%.
Alle amministrative l’affluenza cala di circa 15 punti percentuali? Ecco che l’Unione riesce a conquistare la maggioranza di comuni & province in ballo.
Al referendum ci si ferma al 53,6%? Vittoria schiacciante dei contrari alla riforma del governo di centrodestra con il 61,3%. Tenendo presente che il superamento della barriera del 50% non avveniva in un referendum dal 1995 (estensione ai Comuni oltre i 15.000 abitanti dell’elezione diretta del Sindaco).
Viene spontanea, o almeno speriamo venga a chi di dovere, la necessità di un ampia riflessione sulla diversa composizione dell’elettorato delle due coalizioni. Forse lo si sapeva già da anni, fin dai tempi della Prima Repubblica. Il PCI che ottiene i voti di apparato, sempre fedeli e poco tendenti ad oscillazioni nel corso degli anni. La DC che però vince sommando una quota di voto di appartenenza, una di voto di opinione, ed una non indifferente di anticomunisti pronti a turarsi il naso.
Ma se questo si sapeva per la Prima Repubblica, come la mettiamo ora. Sono passati dodici anni, eppure, il centrodestra perde regolarmente alle elezioni amministrative, ed ora anche nella sfida referendaria più politicizzata. Alle politiche vince, o perlomeno (quasi) pareggia, grazie alla nazionalizzazione della campagna, legata all’indubbio peso di Berlusconi candidato in prima persona: Forza Italia primo partito d’Italia, e record di preferenze alle comunali di Milano (più di 50.000 voti) e Napoli (più di 10.000).
Ma perdere in tutte le competizioni intermedie ha un peso non indifferente sul clima d’opinione. Si chiama effetto bandwagon, più volgarmente “salire sul carro del vincitore”. E chissà che per i 24.000 voti di distacco non sia stata decisiva una fetta di elettorato che ha votato a sinistra solo perché convinto di una scontata vittoria.
La riflessione per il centrodestra deve investire il futuro. Non ha senso aspettare la rivincita tra cinque anni sapendo che tanto alle prossime Provinciali-Europee-Regionali comunque si andrà incontro a sconfitta certa. E né ha senso iniziare ora a parlare di leadership nazionale. Le battaglie della leadership vanno fatte a livello locale. Costruire per essere pronti già dalle Provinciali del 2008, con candidati che sappiano davvero dialogare con il territorio, o meglio con quella parte di elettorato che non voterebbe a sinistra, ma neanche ha la spinta a pronunciarsi per una consultazione locale. È da qui che bisogna iniziare. È finito il tempo della campagna permanente. Serve la politica, e non ci stancheremo mai di ripeterlo.

sabato, giugno 17, 2006

Uno strano referendum

Domenica 25 si vota. Ancora non si è ben capito se è il referendum costituzionale o l’ennesimo turno del quesito Berlusconi SI/NO. Dopo la risicatissima sconfitta del 9 aprile il Cavaliere si è lanciato nella campagna per le amministrative del 28/29 maggio. L’intento era palese. Dare un segnale di sfiducia immediata al governo Prodi e alla sinistra onnivora del primo mese di governo.
Intento che però ha visto mancare un calcolo fondamentale sulle caratteristiche dell’elettorato. Soprattutto quello di centro-destra. Motivato a votare il 9 aprile grazie soprattutto all’importanza dell’appuntamento & alla potente campagna elettorale (soprattutto televisiva) dello stesso Berlusconi. Combattente mai domo forse perché unico convinto delle possibilità di rimonta.
Per le amministrative è però andata diversamente. Campagna elettorale locale, poca televisione e pochi dibattiti tra leader, scarsa affluenza alle urne. E sono mancati i voti proprio del centrodestra.
Per fare un esempio: Veltroni al primo turno a Roma, nel 2001 prende circa 800.000 voti. Quest’anno circa 807.000. Solo 7.000 in più. Dov’è il plebiscito? La verità è che cinque anni fa si votava in concomitanza con le politiche, e c’era l’effetto traino di Berlusconi. Quindi Tajani prese più di 700.000 voti, con Alemanno che invece si è fermato prima del traguardo dei 500.000.
Non sono voti andati a Veltroni, come ben si vede dalle cifre, ma persone che non hanno votato. Persone della CDL, cosa che dovrebbe anche far riflettere (e molto…) sull’opportunità di evitare accuratamente l’election day politiche + amministrative.
Dopo tale risultato, ridimensionate le ipotesi di “spallata” al governo, cala la campagna in vista del referendum. C’è già puzza di sconfitta. Per questo la CDL evita di fare vera campagna, Berlusconi di mettersi di nuovo al centro dell’arena.
Accade il fenomeno contrario. L’Unione si ringalluzzisce, ed è lei stessa a porre l’ex-premier al centro della scena. Prendiamo Fassino il giorno dopo le amministrative: “..e ora un bel NO a Berlusconi!”
Ecco fatto. Volente o nolente il Cavaliere è sempre al centro della scena politica. Le elezioni sono sempre un referendum sulla sua figura. Questo però dovrebbe far riflettere soprattutto i suoi colleghi della CDL…

Riassumendo: 1) alle politiche Berlusconi si pone consapevolmente al centro della scena e funziona.
2) alle amministrative tenta di fare lo stesso, ma l’assenza dalla televisione & le caratteristiche del suo elettorato non producono gli stessi effetti.
3) il centrosinistra prende la palla al balzo e politicizza al massimo il referendum, caratterizzandolo come un SI o un NO all’operato del passato governo.

Questa è la dinamica di questi mesi. Quesito per alcuni colleghi della CDL: finiti gli estenuanti dibattiti sulla leadership, quando, per la vostra gioia, Berlusconi non sarà più il leader del centrodestra, in assenza di una forza unitaria che sappia coagulare anche l’elettorato Berlusconiano (suo, non “di F.I.”), cosa vi inventerete per non rimanere all’opposizione perenne?

lunedì, giugno 12, 2006

Manifesto di inizio legislatura

Metabolizzato il fatto di trovarci all’opposizione, sono due le strade che ci si aprono davanti. Una è fin troppo battuta. Assumere una posizione a priori e criticare il governo su tutto. Ma proprio tutto. Modello Unità per intenderci. Dobbiamo ammettere che potrebbe essere anche divertente.
Passi il tuo tempo a giudicare un fatto solo dal punto di vista che ti fa più comodo. Può anche crollarti il mondo addosso, la cosa più importante è trovare la magagna prodiana. In questo periodo sarebbe anche facile farlo. Immobilismo di governo, occupazione delle cariche, moltiplicazione dei posti di potere/sottopotere, tante chiacchiere, i famigerati cento giorni già ridotti di un terzo.
Quanto ci sarebbe da dire….
No, troppo facile. Guardiamo alla seconda strada. Guardiamo in casa nostra. Delle libertà naturalmente…
Ci carichiamo di una responsabilità con la consapevolezza delle possibilità che si aprono. Bisogna ripensare il centrodestra. Non distruggere la Casa, ma fare i lavori necessari. I motivi sono davvero tanti. Primo tra tutti, il rispetto per quella (quasi) metà di italiani che dopo cinque lunghi, logoranti, difficili, Travagliati, anni di governo, hanno deciso di confermare la loro fiducia in Silvio Berlusconi. Attore protagonista da ormai più di dodici anni, a livelli assoluti durante questa campagna elettorale. Lo ripetiamo da sempre, ma a costo di ripeterci dobbiamo dirlo ancora una volta. Lui rappresenta il centrodestra, lo ha creato, guidato, governato, mantenuto in vita. Politicamente, economicamente, mediaticamente. Sul lato culturale-ideologico purtroppo ci sarebbe da discutere.
Gioca a suo sfavore l’età anagrafica ma, come scritto recentemente da Oscar Giannino, anche un grande della storia come Benjamin Disraeli raggiunse la vetta della sua costruzione politica a 76 anni. La politica più riformista opera di un quasi ottuagenario.
Torniamo in Italia. L’età in politica è un fattore relativo. Lo dimostra l’età media della nostra classe dirigente. Per questo Berlusconi non deve fermarsi, a maggior ragione dopo aver sentito dell’intenzione di alcuni deputati di maggioranza di nominarlo senatore a vita. Qual miglior modo di levarselo dalle scatole!
E invece no. Questo è il momento di uno scatto in avanti. Non mollare, anzi rilanciare. Ha costruito un partito, una coalizione, un governo. Ora deve lanciarsi nell’impresa più difficile. Costruire una cultura politica. Quella cultura che in Italia manca, messa ai margini da quella cultura di sinistra che non ammette concorrenti. Una squadra inconsapevole, che sa difendersi, marciare unita, in nome di quel bersaglio unificante che porta proprio il nome di Silvio Berlusconi.
E allora ribaltiamo la prospettiva. A sinistra sono uniti da un comune obiettivo “contro”? Costruiamo per il centrodestra qualcosa che unisca veramente. Non un insulso programma di 281 pagine che rappresenti tutto e il contrario di tutto, nella migliore tradizione cattocomunistabuonistaveltronianagirotondinapacifista.
Partiamo dal basso. Perché tutti i partiti della Casa possono portare un contributo esclusivo che gli altri non hanno. La buttiamo lì in breve. La penetrazione mediatica di Berlusconi/Forza Italia, il radicamento sul territorio degli altri, Lega al Nord, AN al centro, UDC al sud.
Ci sarebbe anche da dire sulle possibilità di radicamento sul territorio di F.I…
Ma perché si fa così fatica a capire che altrimenti non c’è futuro?
Ne parleremo, ne parleremo, ormai la sfida del rilancio è iniziata…

sabato, giugno 10, 2006

I doveri istituzionali di Fausto

Fausto Bertinotti è un uomo intelligente. Le sue idee sono l'antitesi delle mie, ma è un uomo che crede in alcuni valori e li ha sempre difesi, senza rinnegarli mai. Fino ad ora.
Come Presidente della Camera però non lo capisco. Lui è un guerriero, porta avanti certe battaglie, è un esponente dell'antisistema.
Ma che diavolo ci è andato a fare, sullo scranno della terza carica di quel sistema che lui vorrebbe rifondare?
Non l'ho criticato (al contrario dei suoi stessi elettori ed alleati) per essere andato alla parata del 2 giugno. Era ovvio che ci dovesse andare, è il Presidente della Camera. E' un dovere istituzionale.
Ieri
è stato contestato da un ex Generale ai funerali del Caporale Pibiri. Bertinotti lì ci doveva andare. E' un suo dovere istituzionale. E non mi scandalizzo perchè ha porto le sue condoglianze alla famiglia del defunto. E' ovvio che ci sia dolore. E' ovvio che il dolore arrivi prima della politica, come lui stesso ha rettificato.
Quello che non comprendo è il perchè legarsi le mani da soli e prendere un posto che costringe a comportarsi in una certa maniera, controvoglia.
Perchè presenziare alle parate che si ripudiano per poi indossare spille contestatrici? Perchè presenziare a funerali di uno di quei soldati che fino a ieri venivano chiamati mercenari? Tutte queste cose Bertinotti le deve fare, ma sono certo che di voglia ce ne sia ben poca.
Insomma, perchè fare il Presidente della Camera quando per farlo bisogna ingoiare grossi rospi?

Secondo me qualcuno già gli è andato di traverso.

Poltrone


La politica è in degrado. Persone abilissime a conquistare voti accaparrano un immenso potere contrattuale con gli alleati per poter chiedere poltrone, per spartirsi i posti in caso di vittoria.
Non conta quanto uno sia competente in materia. Non conta chi sarebbe il più adatto, il più abile a gestire un ufficio, ad amministrare una funzione. Conta il fatto che
noi abbiamo preso tot voti e quindi quel posto è nostro, quella delega la dobbiamo avere noi, quei fondi li gestirà un membro del nostro partito, altrimenti salta la coalizione.
Da queste logiche non è esclusa ne l'attuale maggioranza ne l'opposizione, e mi fa ribrezzo.
La sola differenza è che l'attuale maggioranza mette insieme una decina di partiti e partitini, che forti del loro zerovirgolapercento possono ricattare tutto il Governo, nato con l'handicap di soli 24.000 voti in più alla Camera.

Quindi non conta dove andranno a finire i fondi per il Mezzogiorno, ma si litiga su chi dovrà gestire quel portafoglio (uno dei più consistenti visti i fondi europei per le aree svantaggiate).
Non conta come verranno alla fine gestite le unioni di fatto, ma il braccio di ferro tra DS e Margherita per vedere chi ha più peso politico nel governo. Ma non preoccupatevi, la situazione è tranquilla. Si sa, in tutte le famiglie ci sono piccole scaramucce. E quando i pargoli litigano sull'uso della Playstation, ci pensa papà Romano a sistemare tutto. Fate a metà. Oppure, visto che ogni padre ama le sue creature, per non farli litigare più fa il piccolo sacrificio. Si comprano due playstation, così ognuno può giocare con la sua. Finora siamo arrivati a
102. Chissà se il povero Padoa Schioppa in mezzo a tutto questo chiasso riuscirà a giocare in santa pace col suo pallottoliere.